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Le Terre e i mari australi francesi all’UNESCO

Le Terre e i mari australi francesi all’UNESCO Posted on 6 Luglio 2019

Il 5 luglio i 21 stati membri del Comitato del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, riuniti a Baku – capitale dell’Azerbaigian – hanno iscritto le Terre e i mari australi francesi nella lista dei siti UNESCO.

Da sinistra a destra: Ségolène Royal, Évelyne Decorps e Cédric Marteau a Baku. DR

L’annuncio è stato dato da Ségolène Royal, Ambasciatore per i Poli – presente a Baku con Évelyne Decorps – Prefetto delle TAAF – e Cédric Marteau, Direttore della Riserva naturale delle Terre australi francesi. François de Rugy, Ministro dell’Ambiente e Annick Girardin, Ministro dell’Oltremare si sono felicitati della decisione con un comunicato comune. Ad essere stati iscritti al Patrimonio Mondiale dell’Unesco sono gli arcipelaghi di Crozet e Kerguelen e le isole Amsterdam e Saint Paul, terre emerse nel sud dell’oceano indiano: terre alte e severe, forgiate dal fuoco e smangiate dalle intemperie, su cui sventola il tricolore francese, a 13.000 chilometri da Parigi. Una straordinaria oasi dove si riproducono milioni di uccelli marini fra cui diverse specie di pinguini e di albatros, oltre a mammiferi marini come foche da pelliccia e elefanti marini. La più vasta colonia al mondo di pinguini reali si trova sull’île des Cochons, nell’arcipelago di Crozet (circa un milione di esemplari, la località è totalmente protetta e off-limits, tranne che per ricercatori); una grande colonia esiste anche su Kerguelen, nel sito di Ratmanoff. Nelle acque intorno alle isole vivono orche (Crozet), delfini di Commerson (Kerguelen), capodogli. Le Terre e i mari australi francesi si estendono su una superficie di 673.000 km2 e fanno parte delle TAAF, le Terre australi e antartiche francesi che includono anche le isole Éparses e la terra Adélie in Antartide. Queste ultime non sono incluse nel Patrimonio mondiale UNESCO. La componente terrestre della Riserva naturale delle Terre australi francesi è il più grande parco naturale francese; la componente marina è una delle più vaste aree marine protette del pianeta. La calotta di ghiaccio del monte Cook su Kerguelen è il più grande ghiacciaio francese (circa 400 km2). Laggiù non vi è popolazione permanente, ma solo ricercatori e tecnici logistici che abitano in tre diverse stazioni scientifiche : Alfred Faure a Crozet, Port-aux-Français a Kerguelen e Martin de Viviès a Amsterdam. Saint-Paul , un vulcano emerso dall’oceano circa 500.000 anni fa, la cui caldera è oggi invasa dal mare, è disabitata. L’arcipelago di Kerguelen è grande quasi quanto la Corsica, ed è costituito da un’isola principale di origine vulcanica, la Grande Terre (150 km da est a ovest e 120 Km da nord a sud), circondata da 300  isole più piccole. Kerguelen è la parte emersa di un mini-continente sommerso, il Plateau de Kerguelen, sulla cui estremità meridionale poggiano le isole australiane di natura vulcanica Heard e McDonald (in mezzo al mare c’è dunque una frontiera franco-australiana….).

Per gli appassionati di filatelia polare ricordiamo che il Servizio filatelico delle TAAF ha emesso due Carnets filatelici dedicati alle isola australi francesi, nel 2009 e nel 2018 – e anche svariati francobolli, oltre a cartoline pre-affrancate.

(c) TAAF

LEGGERE PIÚ SOTTO L’ARTICOLO SCRITTO NEL 2008 DA Lucia Simion.

L’isola di Saint-Paul e il Marion Dufresne (c) Lucia Simion
Un articolo di Lucia Simion sulle isole australi francesi (c) Lucia Simion
Una splendida foto scattata da Nelly GRAVIER delle TAAF: la penisola dell’Arche des Kerguelen e il Marion Dufresne all’imbocco di Port Christmas. (c) Nelly Gravier sul sito Facebook delle TAAF

Con l’iscrizione del 5 luglio 2019, le Terre e i mari australi francesi raggiungono altre isole subantartiche già iscritte al Patrimonio UNESCO, come Macquarie, Heard e McDonald (Australia), Campbell, Snares, Antipodes, Bounty e le isole Auckland (Nuova Zelanda), Gough e Inaccessible (Gran Bretagna)

TESTO DI UN SERVIZIO SULLE TERRE AUSTRALI. FRANCESI PUBBLICATO DA TUTTOTURISMO (DOMUS)

A meno che non siate un appassionato di esplorazione polare, un ornitologo, un biologo marino oppure un filatelista polare…..è difficile che abbiate sentito parlare di Crozet, Kerguelen, Saint-Paul e Amsterdam. Isole perdute in fondo all’oceano Indiano, là dove i Signori dei luoghi sono le burrasche, il vento e la neve, insieme agli albatross e alle orche, ai pinguini reali e agli elefanti marini, ai pinguini saltarocce e alle foche da pelliccia. Terre alte e severe, forgiate dal fuoco e smangiate dalle intemperie, su cui sventola il tricolore francese, a 13.000 chilometri da Parigi : Crozet e Kerguelen, con Saint-Paul e Amsterdam (le due ultime distano 85 chilometri l’una dall’altra) sono tre dei quattro distretti che formano le Terre australi e antartiche francesi (TAAF), una comunità territoriale istituita nel 1955, amministrata dalla Francia, che include anche uno spicchio di Antartide, la terre Adélie. Laggiù non vi è popolazione permanente, ma solo ricercatori e tecnici logistici che abitano in tre diverse stazioni scientifiche : Alfred Faure a Crozet, Port-aux-Français a Kerguelen e Martin de Viviès a Amsterdam. Saint-Paul , un vulcano emerso dall’oceano circa 500.000 anni fa, la cui caldera è oggi invasa dal mare, è disabitata. Nel 1929 sette pescatori bretoni vi furono sbarcati per sviluppare la pesca all’aragosta, ma fu un fallimento: quattro morirono di scorbuto e tre furono salvati in extremis.
La ricchezza degli ecosistemi di queste isole è tale che esse sono note come  « le isole dai 25 milioni di uccelli ». Nell’ottobre del 2006 l’allora Primo ministro Dominique de Villepin ha annunciato la creazione della Riserva naturale delle TAAF: con una superficie totale di di 700.000 ettari di cui 7.000 Km2 di terre emerse è la più grande riserva naturale di Francia.

Quattro volte all’anno il Marion Dufresne, una splendida nave oceanografica lunga 120 metri e larga una ventina, che porta il nome del navigatore francese Marc-Joseph Marion Dufresne (1724-1772), fa la spola fra l’isola della Réunion e le tre basi scientifiche per rifornirle in carburante, viveri, attrezzature e personale. A bordo vi sono ricercatori (ornitologi, geologi, biologi, ecologi….), ma anche medici, cuochi, elettricisti, responsabili delle telecomunicazioni….che s’imbarcano per recarsi a lavorare in fondo al mondo per un anno intero. Ogni viaggio di andata e ritorno dura un mese e nel gergo delle TAAF si chiama « rotazione » : a ciascuna rotazione, il Marion Dufresne (chiamato affettuosamente « Marion » o « Marduf » da tutti i passeggeri) accoglie anche un piccolo gruppo di turisti, minimo 8, massimo 15, che hanno il privilegio di partecipare a una spedizione scientifica, a contatto con ricercatori che si recano alle isole, oppure che rientrano a casa dopo un anno trascorso in capo al mondo. I « viaggiatori paganti » (come si usa chiamarli sul Marion) partecipano a tutte le attività di bordo, ascoltano i racconti dei ricercatori e degli hivernants (coloro che rientrano da un soggiorno di un anno), assistono a conferenze scientifiche, possono accedere al ponte di comando, sbarcano nelle tre stazioni, visitano colonie di pinguini e di foche, e quando le condizioni meteo lo consentono sorvolano le isole in elicottero per fotografarle dall’alto.Un’opportunità rara, che non ha nulla a che vedere con le crociere in cui tutti i passeggeri sono turisti, accompagnati da un manipolo di « esperti » il cui scopo è arricchire il proprio archivio fotografico, anziché dedicarsi veramente ai viaggiatori. A bordo del Marion non accade nulla di tutto questo, e le guide sono selezionate con attenzione. « Sulle altre navi da crociera i conferenzieri sono a bordo per fare un mestiere, sul Marion tutto è più vero, più conviviale, più autentico – dice Georges Paris, che ha già girato mezzo mondo prima di avventurarsi nelle TAAF – siamo perfettamente integrati nella spedizione, e questo mi piace molto ». Frank Sohet, di professione viticoltore nella regione dello Champagne, aggiunge : « L’aspetto delle relazioni umane è quasi più importante del paesaggio o della fauna …. » . Martine e Pierre Le Houcq, lei medico, lui in pensione : « Non pensavamo che saremmo stati integrati e accettati nel gruppo dei ricercatori, che avremmo partecipato cosi’ attivamente alla vita di bordo. Qui si incontrano solo persone appassionate, positive, motivate. Si condivide parecchio» .

2 Novembre 2006. La Réunion. Il Marion Dufresne è attraccato in banchina nella località di Le Port. Per caricare le merci, i viveri e il carburante destinato alle tre basi ci vogliono 24 ore di lavoro ininterrotto e meticolosissimo per stipare tutte le casse giuste al posto giusto : una volta sul posto infatti, la meteo puo’ guastarsi rapidamente e compromettere le operazioni di carico e scarico, che avvengono soprattutto in elicottero. Fra i passeggeri del Marion c’è anche un pastore con il suo cane (alle Kerguelen c’è un branco di pecore di razza Bizet, che fornisce carne alla base Port-aux-Français), un macellaio, otto turisti e tre Gérants postaux, ovvero i responsabili degli Uffici postali di Crozet, Kerguelen e  Amsterdam. Che ci fa un ufficio postale su un’isola sperduta, nell’epoca degli email? Gestisce la posta in arrivo e in partenza, le telecomunicazioni, ma soprattutto si occupa di Filatelia. Che nelle TAAF è una parola magica: dal 1955, data in cui furono create, le Terre australi e antartiche francesi sono dotate di un servizio filatelico indipendente. Che ogni anno emette un certo numero di francobolli su temi inerenti le TAAF, ricercatissimi dai collezionisti di tutto il mondo, cosi’ come lo sono le buste con l’annullo della base da cui sono state inviate (finora sono stati emessi 481 francobolli). Il capo delle operazioni in questa rotazione del novembre 2006 è Jean-Marie Jaguenaud, responsabile delle Poste e Telecomunicazioni delle TAAF, militare dell’Aeronautica con al suo attivo ben 3 winter-over : due a Kerguelen e uno alla base francese Dumont d’Urville in Antartide. Il 3 novembre, completato il carico (enormi casse di materiali e di viveri destinati alle isole, strumenti scientifici, una ventina di sacchi postali), il Marion Dufresne prende il largo. Quattro delfini comuni ci accompagnano per un po’ sfiorando la prua della nave, mentre La Réunion si allontana sempre più nella luce della sera. Sei giorni di navigazione prima di raggiungere Crozet. Abbiamo incominciato a prendere le pillole contro il mal di mare. Nella sala ristorante le tovaglie vengono inumidite, per impedire a piatti e bicchieri di scivolare a terra con il rollio della nave. Dalle cucine proviene comunque un calmore di stoviglie che vanno in mille pezzi e le poltroncine del bar viaggiano da tribordo a babordo e viceversa. Tavoli e sedie devono essere legati con appositi elastici.

Crozet:  46° 20 S,  52° 30 E – superficie: 505 km2

9 novembre. Finalmente sullo schermo del radar in sala di comando sono apparse le due isole principali dell’arcipelago di Crozet, l’Isola della Possessione e l’Isola dell’Est. Gli echi appaiono come due  “macchie” chiare sbucate dal nulla, nel bel mezzo dell’oceano. La storia racconta che il 24 gennaio 1772 Marc-Joseph Marion Dufresne, a bordo del Mascarin, giunse in vista dell’Isola della Possessione e vi sbarco’ il suo vice, Julien Crozet, affiché la rivendicasse per conto del Re di Francia. In seguito fu il capitano Cook a darle il nome di “Crozet”, cosi’ come battezzo’ “Marion” l’isola che il navigatore francese aveva scoperto il 13 gennaio 1772 e che oggi appartiene al Sudafrica.
Infine, eccoci qui anche noi. L’ancora viene calata proprio di fronte alla Baie du Marin, sulla quale si affaccia la base scientifica Alfred Faure costruita nel 1963 (20 abitanti d’inverno, 60 d’estate). Per mettere un po’ di allegria nel paesaggio, piuttosto severo, gli edifici sono tutti dipinti di colori diversi: sembra il paese di arlecchino. Sbarchiamo in elicottero e siamo accolti dal Capobase, che è anche il rappresentante del governo francese (Capodistretto). Ogni distretto ha il proprio capo: in gergo locale sono chiamati DisCro (capodistretto di Crozet), DisKer e DisAms.
Nel pomeriggio scendiamo alla colonia di pinguini reali della Baie du Marin. Il sole va e viene dietro lembi di nuvole spazzati da raffiche di vento molto forti. Ammassati lungo le sponde un piccolo corso d’acqua che sfocia nel mare, migliaia di pinguini reali stanno facendo la muta. Milioni di piume bianche galleggiano sull’acqua e si agganciano agli steli d’erba, come coriandoli. A differenza di tutti gli altri uccelli, i pinguini mutano tutte le penne in una volta sola e in quel periodo sono costretti a restare a terra e a digiunare. Nella colonia ci sono anche migliaia di pulcini, coperti di un piumino marrone, soffice come una pelliccia.
“La densità delle specie viventi su queste isole è fra le più elevate al mondo: 60 tonnellate di uccelli al Km2, solo per Crozet. Sette diverse specie di albatros tornano su queste isole per riprodursi, e altrettante di pinguini”, ci spiega il biologo Pierre Jouventin, del Centre d’Ecologie Fonctionnelle et Evolutive di Montpellier (CEFE), che per 25 anni ha lottato affiché fosse istituita questa riserva naturale delle TAAF. Intorno alle TAAF sta – inoltre- una zona economica esclusiva (ZEE) di 1.500.000 km2 di oceano, in cui la pesca è regolamentata e riservata a pescherecci francesi con apposite licenze.
A qualche centinaio di metri dalla colonia di pinguini, un piccolo branco di orche pattuglia le acque circostanti. L’intelligenza di questi cetacei è tale che hanno imparato a “rubare” i pesci catturati dai pescherecci che frequentano le acque di Crozet.: prima che i pescatori possano recuperare le prede, le orche si fanno scorpacciate dei pesci attaccati alle linee da pesca.
Al tramonto partiamo verso le isole più remote dell’arcipelago, 100 km a ovest della base Alfred Faure: gli Apôtres, l’Ile aux Cochons, l’île des Pingouins. Di natura vulcanica, impressionanti per la severità delle coste e dei faraglioni che le proteggono, sono territori di riproduzione privilegiata per varie specie di pinguini, di albatros e di petrelli: l’île aux Cochons, ospita la più grande colonia di pinguini reali al mondo, circa un milione di individui. Nel 1875, sull’isola degli Apôtres, fece naufragio il veliero inglese Stathmore con 89 passeggeri a bordo. Sette mesi dopo i 35 sopravvissuti furono salvati da una nave di passaggio.
Due giorni dopo rientriamo a Crozet e andiamo a far visita a un’equipe di archeologi diretta da Jean-François Le Mouël del CNRS. Arrivati insieme a noi sul Marion, hanno allestito un campo-base alla Baia Americana. Lavoreranno un mese intero sui resti di una base di cacciatori di foche, e in particolare su un “forno” di pietra in cui è ancora incastrato il calderone necessario a fondere il grasso di elefante marino. Per evitare che il mare se lo porti via hanno il compito di smontarlo pezzo per pezzo.
Rientriamo sul Marion in elicottero, con raffiche di vento a 70 nodi. Il barometro è in caduta libera. Il cielo diventa color antracite e la superficie del mare sembra esalare fumo, sconvolta com’è dalla tempesta di vento. I portiglioni vengono sigillati e il comandante vieta a chiunque di uscire in coperta.

Kerguelen: 49° 21’ S- 70° 13’ E – Superficie: 7.000 Km2

15 Novembre. Kerguelen. L’arcipelago è grande quasi quanto la Corsica, ed è costituito da un’isola principale di origine vulcanica, la Grande Terre (150 km da est a ovest e 120 Km da nord a sud),  circondata da 300  isole più piccole.
Il suo scopritore, Yves Joseph de Kerguelen de Trémarec (1734-1797) capito’ qui nel febbraio del 1772, al comando de La Fortune, accompagnata dal Gros Ventre. Peccando un pochino di presunzione – o forse in preda a una grande illusione – penso’ di aver scoperto la mitica terra australis incognita  immaginata da Aristotele nel 400 AC. Numerosi esploratori erano già partiti alla sua ricerca, invano. Lo stesso Capitano Cook – che nel 1773 fu il primo a oltrepassare il circolo polare antartico a 66° 33’ S, circumnavigo’ interamente il continente senza tuttavia mai scorgere terra.
Kerguelen non sbarco’, ma invio’ uno dei suoi uomini a prendere possesso del luogo per conto del Re Luigi XV. Si illuse – o volle suscitare l’illusione – di aver scoperto il misterioso continente australe e battezzo’ queste lande deserte Francia australe. Una tempesta separo’ le due navi e – invece di attendere il Gros Ventre lungo la rotta stabilita – Kerguelen mise la prua verso nord e rientro’ in patria, dove fece un resoconto mirabolante sulle ricchezze della Francia australe. Fu organizzata una seconda spedizione, sempre al comando di Kerguelen. Nel frattempo, il Gros Ventre ritorno’ a casa dopo aver girato mezzo mondo alla ricerca del capospedizione. I resoconti che l’equipaggio fece sulla Francia australe non corrispondevano per nulla a quelli del caposedizione. Comunque sia, il navigatore era già ripartito al comando di due navi, di cui una con a bordo 400 uomini. Di nascosto aveva permesso l’imbarco di Louise, una ragazzina di 14 anni, che gli tenne compagnia durante il viaggio suscitando innumerevoli rancori.
Anche questa volta Kerguelen non mise piede a terra. Gli uomini che fece sbarcare si resero conto che l’isola era incredibilmente brulla, aspra e severa, senza particolari risorse (tanto che il capitano Cook la chiamo’ isola della Desolazione, prima di ribattezzarla con il nome del suo scopritore).
Al rientro in Francia, Kerguelen fu processato (anche a causa della presenza di Louise) e passo’ sei anni in prigione. Un altro grande esploratore che passo’ a Kerguelen fu James Clark Ross, nel suo primo viaggio verso l’Antartide (1840-41). La traccia del passaggio di Cook e di Ross resta nel nome delle due vette più alte dell’isola: il Monte Cook (1049 m, con una calotta glaciale estesa su una superficie di 500 km2) e il Monte Ross (1850 m).
A bordo de Marion Dufresne noi arriviamo da Nord. Dopo una sosta che ci ha permesso di compiere un sorvolo in elicottero il Monte Cook,  accostiamo la mitica Arche des Kerguelen, descritta dal navigatore francese Raymond Rallier du Baty. All’età di poco più di vent’anni, Rallier du Baty partecipo’ come semplice marinaio alla prima spedizione del Comandante JB Charcot in Antartide (1903-1905). Rientrato in patria e assunto il grado di capitano di lungo corso organizzo’ due spedizioni alle Kerguelen (1907 e 1913), tracciando le prime carte geografiche dettagliate dell’isola. Rallier du Baty fu forse l’ultimo a vedere l’Arche intatta: oggi la parte superiore è crollata, e tutto quanto rimane sono due impressionanti monoliti verticali, che il comandante del Marion Dufresne fa misurare per conoscerne l’altezza esatta, stabilita a 77 metri.
In elicottero sorvoliamo la baia di Port Christmas, dove James Clark Ross sosto’ per due mesi, con le sue due navi Erebus e Terror, prima di proseguire verso l’Antartide. Il paesaggio della baia, avvolto da una luce di tempesta, è terribile e affascinante. Mi tornano in mente le parole che Rallier du Baty scrisse nel suo diario di viaggio : “Kerguelen, terra di desolazione selvaggia e spoglia, che angeli ed esseri mortali dovevano fuggire”.
L’altipiano centrale dell’isola è tutto un susseguirsi di penisole, di laghi e di vaste distese aride e spoglie, grandiose nella loro asprezza e solitudine. Non vi è traccia di alberi, a causa dei venti feroci che spazzano senza sosta l’arcipelago. Durante il suo primo viaggio a Kerguelen, Rallier du Baty visito’ la stazione baleniera di Port Jeanne-d’Arc, costruita e gestita da norvegesi su richiesta della famiglia Bossière di Le Havre, che aveva ottenuto dal governo francese la concessione della caccia alla balena. La stazione è stata operativa dal 1907 al 1922. Alcuni edifici, restaurati dall’archeologo Jean François Le Mouël e dalla sua equipe, spiccano con il loro colore rosso mattone sul paesaggio brullo e desolato, dove i conigli (che sbucano praticamente ovunque si girio lo suardo) hanno rosicchiato tutto quanto era possibile mettere sotto i denti. Le loro piccole tane sono ovunque. Rientrando in elicottero sul Marion scorgiamo un branco di renne che fugge su una pietraia : anch’esse sono state introdotte ai tempi dei primi coloni, e siccome sono capaci di nuotare, hanno invaso diverse isole dell’arcipelago. A Kerguelen c’è anche un branco di mufloni (discendenti di una coppia di animali introdotta nel 1957).

17 Novembre. La base scientifica di Port-aux-Français (detta PAF) è la più grande delle TAAF. D’estate ospita circa 200 persone, d’inverno 60. E’ stata fondata nel 1946. Anche qui, edifici di tutti i colori e – ovviamente – un ufficio postale. A PAF sbarcano 23 dei nostri compagni di viaggio, fra cui Franceso Bonadonna, biologo italiano che lavora al CEFE di Montpellier. Francesco ritorna a Kerguelen per continuare i suoi studi sull’odorato dei petrelli ipogei, uccelli marini cugini degli albatros. Le sue ricerche – sostenute dall’IPEV, istituto polare francese – hanno permesso di fare una scoperta straordinaria: i petrelli hanno capacità olfattive eccezionali, utilizzate per cercare fonti di cibo in pieno oceano, per ritrovare il loro nido sotterraneo e per riconoscere il proprio compagno (sono monogami). In pratica, dice Francesco, è come se vivessero in una specie di paesaggio olfattivo. Prosegue spiegandoci che la mucosa olfattiva nelle fosse nasali dei petrelli è molto sviluppata, “quasi come quella di un cane”. Il loro bulbo olfattivo – la zona cerebrale in cui vengono elaborate le informazioni inerenti all’odorato – è voluminoso. Grazie al loro odorato sviluppatissimo, i petrelli sono in grado di ritrovare la strada di casa anche a decine di chilometri dal nido, in pieno oceano e di notte (per evitare i predatori). Attualmente, gli studi di Francesco Bonadonna sono focalizzati sull’analisi chimica delle molecole che caratterizano l’odore dei petrelli, considerato un po’ come la loro “firma olfattiva”.
A venti minuti di volo in elicottero da PAF, verso nord-est, visitiamo una magnifica colonia di pinguini reali : migliaia e migliaia di adulti e di grossi pulcini ricoperti di piumino marrone sono stretti su una spiaggia lunghissima, che si chiama Ratmanoff. Quà e là gironzola uno skua, che viene pure a sbirciare nella sacca fotografica, questione di scoprire se c’è qualche leccornia da rubare. Per non disturbare i pinguini l’elicottero si posa a circa un chilometro di distanza, presso un piccolo rifugio in cui i nostri colleghi « viaggiatori paganti » hanno trascorso una notte indimenticabile : quando arriviamo sono ancora li’ a raccontarsi le avventure vissute fra pinguini reali, giovani albatros e elefanti marini, che qui chiamano « bombon ». Alcuni hanno persino pescato le trote in un torrente circostante e altri – grazie alla loro guida – hanno scoperto un branco di Globicefali spiaggiati qualche chilometro a sud di Ratmanoff.
Prima di riprendere il largo facciamo una capatina al « Totoche », il bar della base, dove alcuni si scatenano in partite di biliardo, mentre altri fanno shopping nella bottega locale (ricercatissime le felpe, le camicie e i gilet con lo stemma delle TAAF). Mentre facciamo gli acquisti appare uno dei gatti selvatici di Kerguelen : sono tutti di colore bianco e nero. Questo non è per nulla selvatico e anzi sembra il padrone della bottega.
L’Ufficio postale è situato all’estremità del villaggio : Philippe Zucchelli, il nuovo Gérant Postal (sbarcato insieme a noi) è già all’opera, circondato da una montagna di buste affrancate con i francobolli TAAF, sulle quali deve apporre il cachet di Kerguelen.

Isola di Amsterdam. 37° 50’ S, 77° 31’ E – Superficie: 58 Km2
24 Novembre. Ore 6.30 del mattino. Il Marion cala l’ancora di fronte alla base Martin de Viviès, sull’isola di Amsterdam, un grande vulcano sbucato dall’oceano circa 600.000 anni fa. Amsterdam e Saint Paul (anche lei di origine vulcanica, situata 85 km più a sud) sono state avvistate sin dai tempi di Magellano, nel 1522. Come altre isole subantartiche, nel XIX secolo sono state razziate da cacciatori di foche e di balene, abitate da naufraghi e – nel caso di Saint Paul- da pescatori di aragoste.
Malgrado l’introduzione di ratti e – su Amsterdam- persino di vacche (tornate allo stato brado), la biodiversità delle due isole è straordinaria (NDR: le vacche sono state rimosse dall’isola). “L’ecosistema delle isole Saint Paul e Amsterdam è unico al mondo poiché si tratta di isole subtropicali dove vive una fauna antartica che si è adattata a queste nuove condizioni, spiega Pierre Jouventin. Le due isole – prosegue- sono di natura vulcanica e la loro origine è abbastanza recente: i pinguini che le hanno colonizzate non sono giunti da Kerguelen o da Crozet, bensi’ da Gough e da Tristan de Cunha, dove erano già adattati a condizioni ambientali subtropicali. Su Amsterdam e Saint Paul la  speciazione è avvenuta circa 600.000 anni fa.” Grazie all’analisi del DNA – ci dice ancora Jouventin- un’equipe di ricercatori del CEFE ha appena scoperto una nuova specie di pinguino crestato saltatore, il che porta a 3 il numero di pinguini appartenenti a questa specie che conta solo poche centinaia di esemplari. In 15 anni di ricerche nelle TAAF -conclude Jouventin- abbiamo scoperto 4 nuove specie di uccelli fra le quali il più raro albatros della Terra: l’albatros di Amsterdam. Attualmente si contano solo 100 coppie riproduttrici.”
Gli albatros di Amsterdam (iscritti nella Lista Rossa 2007 dell’IUCN, Fondo mondiale della Natura) nidificano in uno dei luoghi più remoti e selvaggi dell’isola: il plateau des tourbières. Appena oltre questa zona pianeggiante e brulla, tormentata dal vento, le coste dell’isola precipitano per 700 metri a piombo sul mare: sono le scogliere di Entrecasteaux, luogo privilegiato di riproduzione dell’albatros beccogiallo e dell’albatros fuligginoso.
Il versante opposto dell’isola – dove si trova la base scientifica con rispettivo ufficio postale, un orticello e persino un pollaio – è meno brulla, anche se non mancanio piccoli vulcani sparsi qua e là. Nel cratere di uno di questi – il cratere Antonelli – è cresciuta una foresta di conifere e sui bordi sta in bilico un minuscolo rifugio, dove si puo’ trascorrere la notte. Non c’è né acqua corrente né eletricità : la notte è abitata dal fruscio del vento e dal luccichio di milioni di stelle.
Al mattino si ritorna in base percorrendo una lunga serie di tunnel di lava. Da lontanissimo scorgiamo il branco di vacche inselvatichite, che se la danno a gambe come bufali nella savana africana. All’arrivo alla base ci attende un sontuoso barbecue organizzato dagli abitanti della stazione e dalla DisAms (la responsabile del distretto di Amsterdam) : sulla griglia cuocciono costolette e filettini delle mucche dell’isola, catturate dai locali con battute di caccia grossa.
Prima di fare rotta verso La Réunion (4 giorni di navigazione) il comandante del Marion Dufresne ci fa un ultimo regalo : la circumnavigazione dell’isola. Passimo sotto le Falesie di Entrecasteaux, dove volano gli albatross più rari della Terra. L’augurio è che la Riserva naturale delle TAAF, se gestita in modo adeguato e con il contributo indispensabile di ricercatori che conoscano bene gli ecosistemi, possa proteggere ancora a lungo questi meravigliosi santuari naturali perduti in capo al mondo. Dove molte scoperte straordinarie aspettano ancora di essere rivelate. E dove la bellezza sconcertante dei paesaggi scolpiti dal fuoco, dal ghiaccio, dal vento, dalla pioggia e dal mare merita di essere protetta, rispettata e venerata come un’opera d’arte. Unica, preziosa e irripetibile.

(c) LUCIA SIMION, 2008

PER SAPERNE DI PIU’:
http://www.taaf.fr/
http://www.institut-polaire.fr/content/search
http://www.philateliedestaaf.fr/

Per rendersi nelle TAAF occorre un passaporto valido (se si è cittadini francesi basta la carta d’identità).

Il porto di attracco del Marion Dufresne è La Réunion, le rotazioni partono dunque da quest’isola – raggiungibile con voli di linea Air France, Air Austral da Parigi (11h30 ore di volo per raggiungere Saint Denis). Da Milano : Air France, Alitalia, Air Austral, Air Mauritius.

Le rotazioni sono 4, tre durante l’estate australe (marzo-aprile ; novembre ; dicembre) e una durante l’inverno australe (agosto-settembre). Durano mediamente 28 giorni, di cui 14 in mare e 14 di scalo a terra. Ogni rotazione percorre 9.000 Km. Il Marion Dufresne è una nave confortevolissima, con un ampia sala ristirante, un grande bar, una sala conferenze, una piccola sala informatica (email), una palestra. Quando le condizioni del mare (e le temperature) lo consentono è possibile stare sopracoperta, a prua oppure sui ponti superiori. Il Marduf è dotato di un elicottero Squirrel, destinato essenzialmente alle operazioni di carico e scarico di passeggeri, merce e posta. Quando tutte le operazioni sono state compiute, è possibile affittarlo per escursioni private. In alcuni casi sono programmate escursioni in elicottero comprese nella tariffa del viaggio.