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TIME: l’Antartide in copertina (Big Thaw)

TIME: l’Antartide in copertina (Big Thaw) Posted on 24 Gennaio 2018

Foto (c) Paolo Pellegrin per TIME

BIG THAW, il grande disgelo. Il numero di TIME del 29 gennaio 2018 è dedicato al «Grande Disgelo» e alla «devastazione causata dal Climate Change in Antartide». In copertina, un iceberg dalla forma davvero insolita – staccatosi da una piattaforma di ghiaccio (probabilmente la Larsen-C; è possibile che la distesa di ghiaccio nella parte superiore dell’immagine sia A-68). La fotografia (come il reportage realizzato on assignment per TIME) è di Paolo Pellegrin, fotografo della Magnum vincitore di molti premi, dal World Press Photo, all’Eugene Smith, al Robert Capa Golden Medal, al VISA d’Or di Visa pour L’Image a Perpignano…. Autore di libri, di innumerevoli reportages, e di mostre alla MEP a Parigi, a VISA, a Arles. Conoscendo il lavoro di Paolo Pellegrin nelle zone di conflitto in Libano, Kosovo, Cambogia, Iraq, Gaza, ecc si rimane alquanto sorpresi nel vedere il suo reportage realizzato in Antartide a bordo del quadrimotore P-3 Orion del progetto IceBridge della NASA (vedi foto qui sotto). La missione che dal 2009 – volando con aerei carichi di strumenti sofisticati – misura e fotografa l’estensione dei ghiacci polari e il loro spessore per «fare da ponte» ovvero coprire il gap – fra i dati raccolti dal satellite IceSat 1 negli anni 2003 – 2009 e quelli che raccoglierà il satellite IceSat 2 che verrà lanciato quest’anno. Con due missioni IceBridge all’anno (nella primavera-estate boreale nell’Artico e nell’estate australe in Antartide) la NASA garantisce la continuità di raccolta dati sui ghiacci nelle due regioni polari. Gli aerei utilizzati dal progetto IceBridge sono stati il P-3 Orion, un DC-8 e nella stagione 2017-18 anche un Basler.

(c) NASA IceBridge. P-3 Orion.

La durata dei voli per la raccolta dati è di 8 ore con il P-3 Orion e di 11,5 ore con il DC-8. Il progetto IceBridge è finanziato fino al 2020: anche dopo il lancio di IceSat-2 la NASA continuerà ad effettuare missioni aeroportate per “validare” i dati raccolti dagli strumenti satellitari; inoltre la misura dell’accumulo annuale di neve (strato dopo strato) è più precisa se effettuata con un radar situato a bordo di un aereo. IceBridge ha volato su zone remote e raramente visitate: i ricercatori a bordo hanno sempre realizzato fotografie formidabili – come  Michael Studinger, uno dei principali ricercatori del progetto e un esperto dell’Antartide e dell’Artico. Nel 2008 è stato uno dei PI del progetto internazionale AGAP -per lo studio dei monti subglaciali Gamburtsev. 

Tracciati di voli effettuati sull’Antartide occidentale e penisola antartica dalla missione IceBride della NASA a partire dal sudamerica nella stagione 2012 (c) NASA-IceBridge

Durante l’estate australe 2017-2018 IceBridge ha operato con due diversi aerei in due zone dell’Antartide: in ottobre e novembre con il P-3 Orion nell’Antartide occidentale – mare di Bellingshausen e mare di Weddell e nella Penisola antartica con una puntata nella zona del Larsen C (partendo da Ushuaia e non da Punta Arenas); e in dicembre sul continente – con un Basler – partendo da McMurdo e da Amundsen-Scott South Pole station. Pellegrin ha volato sul P-3 in penisola antartica. Non ho ancora visto la rivista, ho letto il pezzo online sul sito di TIME (autore: Jeffrey Kluger) e ho visto le immagini scattate da Pellegrin. Non sono rimasta particolarmente impressionata. Comunque aspetto di vedere il reportage completo sulla rivista cartacea. Forse Pellegrin sta cercando altri spazi? Passare dall’uomo all’ambiente, come Salgado? In un’intervista al Corriere della Sera (17 dicembre 2017) Pellegrin spiegava che era sempre meno «sulla notizia» perché «In questi anni sono cresciuti, per numero e per qualità, i fotografi locali: iracheni, palestinesi, siriani. Conoscono meglio di noi il terreno, sanno muoversi perfettamente sui luoghi e, grazie alla rete, bastano a soddisfare un tipo di informazione rapida e quotidiana».

(c) James Balog, National Geographic – giugno 2007

Nel giugno 2007 il National Geographic usciva con un numero «The Big Thaw» – foto di copertina di James Balog, scattata in Groenlandia. Dopo quell’assignment Balog lancio’ il progetto Extreme Ice Survey con lo scopo di documentare l’evoluzione di alcune decine di ghiacciai attraverso il mondo fotografandoli con la tecnica del time-lapse, grazie ad apparecchi automatizzati.

Nel 2016 il fotografo Mario Tama ha partecipato a due missioni IceBridge: in Groenlandia e in Canada e in Antartide. Le foto di Tama sono sul sito di Getty Images. Yann Arthus Bertrand e George Steinmetz, esperti di immagini aeree – non hanno a mai volato con IceBridge: certo loro amano fotografare con luci particolari e ad altezze particolari; ma il loro “occhio” sarebbe stato prezioso per cogliere la grazia e il fascino di ghiacciai, ice-shelves, icebergs dagli oblo’ del P-3 Orion. Il ghiaccio marino che si spezza in mille lastroni e poi si scioglie durante il “grade disgelo” di ogni estate australe in Antartide.

L’iceberg A-68 e il bordo della piattaforma di ghiaccio Larsen C in un’immagine scattata dal satellite Sentinel-1 dell’ESA, il 7 novembre 2017.

Fenomeni come il crollo di piattaforme di ghiaccio (Larsen A, Larsen B e larsen C – quest’ultima nel luglio 2017 con la genesi dell’iceberg A-68) sono inquietanti; l’aumento della velocità di scorrimento dei ghiacciai Pine island e Thwaites nell’Antartide occidentale è inquietante. Ma comunicare con concetti apocalittici ha effetto? 

Gli strumenti imbarcati a bordo di P-3 Orion del progetto IceBridge della NASA (c) NASA